Questo è un omaggio a George Bancroft (1800-1891), uno scrittore e statista statunitense che durante il suo articolato percorso di studi in Europa incontra numerose eminenti personalità, fra cui Lord Byron.

Io l’ho conosciuto tramite una nota a margine del manoscritto Vie de Lord Byron en Italie. Ho rintracciato e letto il suo racconto del tempo trascorso assieme al poeta A day with Lord Byron. L’ho trovato delizioso, a tratti commovente, visto il mio legame con Milord e Teresa (vedi manoscritto); fra l’altro anche le vi appare descritta, con una fragranza, un’autenticità e una sensibilità che non avevo mai incontrato prima.

Così ho deciso di pubblicarne qui una traduzione. (Ho tratto l’originale inglese dal volume edito a New York nel 1891 da Robert Bonner’s Sons: History of the battle of Lake Erie and Miscellaneous Papers by Hon George Bancroft – Life and writings of George Bancroft by Oliver Dyer)

Byron si trova a Pisa e in quel momento è ancorata al porto di Livorno una Squadra Navale statunitense, di cui fa parte la Constitution, una nave molto celebre per le vittorie conseguite in numerose battaglie. Il Commodoro della flotta Jacob Jones (1768-1850), invita Byron a visitare la nave, che accetta di buon grado. Bancroft si trova in viaggio in Italia e assieme agli altri americani presenti a Livorno partecipa all’evento.

***

Dopo aver vagato per tre o quattro giorni tra gli Appennini, per salire sulla vetta dalla quale si domina con lo sguardo tanto il Mar Tirreno quanto l’Adriatico, e dopo aver seguito le orme di Milton tra le ombre di Vallombrosa, e aver indugiato per quasi tre settimane nella primavera fiorentina e nei suoi dintorni, lasciai quella deliziosa città e, scendendo la valle dell’Arno, passai per Pisa e giunsi a Livorno, in un momento particolarmente propizio. La squadra navale americana del Mediterraneo era ancorata nel porto e Lord Byron, avendo espresso il desiderio di visitare una fregata degli Stati Uniti, era stato invitato dal Commodoro Jones a ispezionare la Constitution.

La mattina del 21 maggio 1822, i pochi americani che si trovavano a Livorno salirono a bordo della nave su invito dei suoi ufficiali. Verso mezzogiorno Lord Byron, seguito dal suo segretario, salì la passerella. Quando mise piede sul ponte sembrò agitato e si notò che, all’inizio, il suo passo era incerto; in parte a causa della sua zoppia, in parte forse per il timore che curiosi provenienti da paesi diversi dall’America si fossero introdotti a bordo soltanto per vedere lui. Ma quando si accorse che tutti i presenti erano americani, il suo atteggiamento divenne spontaneo, aperto e allegro.

Gli furono presentati uno a uno tutti gli ufficiali e gli ospiti. La sua fronte alta, i capelli scuri e gli occhi grigi; i lineamenti che lasciavano trasparire immediatamente i suoi pensieri e i suoi sentimenti nel momento stesso in cui nascevano, davano piena conferma della sua fama di poeta; e chiunque gli si avvicinasse considerò quel giorno un giorno felice.

Una signora di grande bellezza porse la mano e disse:

— Quando tornerò a Filadelfia, i miei amici mi chiederanno una prova del fatto che ho parlato con Lord Byron.

Detto questo, prese delicatamente una rosa che egli portava all’occhiello della sua giacca nera. Byron fu divertito dalla sua spontanea audacia e il giorno seguente le inviò un grazioso biglietto insieme a una copia di Outlines to Faust come ricordo più duraturo.

Quel giorno ebbi poche occasioni di conversare con lui; ricevetti però un invito a fargli visita a Montenero. Egli dedicò la mattinata agli ufficiali e a un’accurata ispezione della nave, della cui storia era perfettamente informato.

Si discusse se dovesse essergli reso l’onore di una salva ufficiale; ma poiché non ricopriva alcuna carica pubblica e non rappresentava né il proprio paese né il suo sovrano, bensì soltanto tutte le Muse, il severo commodoro non prestò alcuna attenzione ai desideri dei più giovani ammiratori di Byron.

Dalla Constitution, il capitano Chauncey accompagnò Byron sulla Ontario, e lì gli ufficiali più giovani poterono dare libero sfogo al loro entusiasmo. Mentre attraversava i loro alloggi, il suo sguardo cadde su un’edizione newyorkese delle sue poesie. Egli prese il volume con evidente piacere e sembrò considerarlo come una conferma della propria fama. Quando lasciò la nave, venne sparata una salva d’onore, gli uomini salirono sugli alberi e furono lanciati tre urrà con straordinario entusiasmo e perfetta concordia.

La mattina seguente partii da Livorno per Montenero e, verso le undici, inviai a Lord Byron un breve biglietto per chiedergli quando avrei potuto fargli visita. La risposta arrivò immediatamente:

«Sarò molto lieto della sua visita. Potrebbe venire tra circa un’ora? Oggi sono stato pigro, non sono ancora vestito e, mi vergogno a dirlo, quasi non mi sono ancora svegliato.»

Così trascorsi un’ora osservando il mare, che si stendeva davanti a me a circa tre miglia di distanza, e raccogliendo rami di mirto, di cui il fianco della montagna era ricoperto. Allo scadere esatto dell’ora mi diressi verso la villa di Byron. La casa era costruita in mattoni, dipinta di un rosso acceso, e sorgeva al centro di terreni coltivati che non presentavano particolari attrattive. La campagna alle sue spalle non era pittoresca; l’insieme appariva piuttosto ordinario e afoso. Doveva essere una residenza estiva poco desiderabile, se non fosse stato per la vicinanza, sul lato occidentale, del Mediterraneo.

Fui introdotto immediatamente in una stanza ampia e fresca e, dopo pochi istanti, Lord Byron entrò porgendomi la mano. Cominciò facendomi numerose domande sulla squadra navale e, più in generale, sulle nostre navi da guerra e sulle battaglie combattute in mare. Sembrava sorprendentemente ben informato sui duelli avvenuti tra celebri ufficiali della marina americana; conosceva i nomi dei contendenti e sapeva qualcosa anche delle cause che avevano dato origine alle loro dispute. Aveva inoltre una certa conoscenza delle divisioni politiche esistenti negli Stati Uniti e manifestava simpatia per il Partito Democratico.

Tra gli uomini di lettere americani ne citò due o tre con particolare rispetto, tra cui Edward Everett; ma il nome di cui parlò più a lungo fu quello di Washington Irving. Era rimasto entusiasta della Knickerbocker’s History of New York, che sembrava preferire a tutte le altre opere di Irving; e, sebbene ritenesse che in seguito lo stile dello scrittore fosse diventato «piuttosto fiorito», lo lodava comunque moltissimo. Quando gli espressi il piacere di sentirgli elogiare uno degli autori più amati dagli americani, Byron rispose che la stima per Irving era condivisa da tutti i suoi compatrioti. Parlò poi a lungo di un viaggio che era deciso a compiere attraverso l’America.

Era convinto che avrebbe saputo giudicare gli americani con imparzialità. Fino a quel momento, disse, coloro che avevano visitato il paese erano stati per lo più speculatori; lui invece vi sarebbe andato senza pregiudizi e avrebbe certamente evitato di lasciarsi influenzare da qualsiasi preferenza a favore della propria patria.

Facendo riferimento al suo ultimo viaggio dall’Inghilterra alla Svizzera, descrisse il soggiorno sul Reno come una fonte di piacere puro e senza ombre. Gli erano piaciuti tanto gli abitanti quanto i paesaggi, e l’unica cosa di cui si rammaricava era la propria ignoranza della lingua tedesca e il fatto di non aver conosciuto più a fondo la Germania e il suo popolo. Gli raccontai quanto spesso le sue poesie fossero state tradotte in tedesco e quanto fossero lette; gli dissi che il predicatore di corte di Berlino aveva realizzato una versione delle sue Melodie ebraiche e che un canto del Childe Harold era stato scelto a Lipsia come testo per un concorso di traduzione.

Mi chiese se conoscessi Goethe. Avevo avuto la fortuna di incontrare più volte quel grande poeta, filosofo e critico epicureo, il quale era quanto di più diverso si potesse immaginare da Byron: accettava ogni cosa con serena compiacenza, tranne le interruzioni mentre scriveva; era tranquillo perfino nei suoi amori; possedeva un cuore limpido come il cristallo e freddo altrettanto; amico e ministro di un principe, ma più contemplativo che uomo d’azione; viveva appartato, quasi in regioni elevate, al di sopra delle preoccupazioni del tempo.

Non era un dominatore delle anime degli uomini, ma piuttosto un dio per i suoi compatrioti. La sua mente era una superficie immobile che rifletteva la propria epoca e ne rivestiva di poesia lo scetticismo. Dotato di una sensibilità raffinata che sfuggiva alle regole della scienza induttiva, guardava tuttavia la natura direttamente negli occhi, coglieva analogie da lontano, intuiva la risposta ai suoi sacri enigmi e udiva il coro dei fiori rivelare il segreto della legge che essi obbediscono nel mutare delle loro forme.

Non era un martire e non possedeva nulla dello spirito del martirio; non fu mai profondamente toccato dalle sofferenze dei popoli del suo tempo e contemplava con uguale distacco tanto le rivoluzioni che agitavano gli oggetti delle sue passioni quanto i rovesciamenti degli imperi in America e in Europa. Lo incontrai due volte a Weimar e una volta, in una luminosa mattina autunnale, Goethe mi ricevette in un giardino annesso agli appartamenti che occupava a Jena. Vestito con una giacca lunga, senza panciotto e con una biancheria non delle più impeccabili, avanzò con quella maestà di portamento e quella dignità che i poeti attribuiscono al Giove olimpico.

Mentre passeggiavo al suo fianco per più di un’ora, parlò di molte cose, ma soprattutto di Byron. Disse che divorava avidamente tutto ciò che Byron scriveva; che ammirava Manfred e tanto più volentieri perché gli sembrava imitato dal suo stesso Faust; che Don Juan, di cui allora erano comparsi soltanto due canti, era l’opera più ricca di vita e di genio; che il suo stile era perfettamente adeguato all’argomento trattato. Parlando dell’inglese come se lo conoscesse abbastanza bene da giudicarne stile e dizione, sosteneva inoltre di trovare il modello delle rime polisillabiche nelle satire e nelle facezie di Swift.

A questo Byron rispose che la popolarità delle sue opere in Germania era per lui una novità e che quella notizia lo avrebbe consolato delle continue ostilità che subiva in Inghilterra. Aggiunse di aver dedicato una delle sue opere più recenti a Goethe, ma che l’editore, per qualche motivo, aveva omesso la dedica senza chiedergli il permesso. Disse inoltre che avrebbe fatto in modo più efficace che un poema che stava per pubblicare fosse esplicitamente dedicato a Goethe.

Quanto a Manfred, dichiarò di considerare già un onore il fatto che venisse nominato accanto al Faust; tuttavia, al momento della composizione, non aveva mai letto il capolavoro di Goethe e non ne sapeva praticamente nulla, salvo che poco prima di concepire il proprio dramma Monk Lewis gli aveva tradotto alcune scene dell’opera e gli aveva illustrato sommariamente il piano generale.

Aggiunse che Shelley stava traducendo il Faust e questo lo portò a prendere le difese dell’amico.

«Forse avete sentito molte sciocchezze sul suo conto» disse, «che sarebbe un uomo privo di principi, un ateo e simili assurdità; ma non è affatto così.»

E spiegò che ciò che in Shelley appariva come ateismo non era altro che una sottile forma di idealismo metafisico. Poi passò a difendere se stesso. Ammetteva molto francamente che molti dei suoi amici, tanto in Italia quanto in Inghilterra, lo avevano pregato di non continuare Don Juan. Si scusò per l’immoralità dell’opera, attenuandola con l’esempio di Fielding e osservando che in Smollett si trovavano cose ben peggiori di qualunque cosa egli stesso avesse scritto. Domandò inoltre che cosa avrebbero detto i suoi critici dell’introduzione al Faust di Goethe.

Successivamente parlò del clamore che si era sollevato contro di lui da ogni parte dell’Inghilterra. Con aria d’indifferenza disse di aver sentito che Jeffrey stava preparando un nuovo e severo articolo contro di lui per l’Edinburgh Review e che una lettera di protesta era stata indirizzata al suo editore.

«Non a me» aggiunse sorridendo, «perché me mi considerano incorreggibile.»

Fra i suoi nemici, osservò, vi era anche il re Giorgio IV, deciso a perseguitarlo.

«Io non sono mai andato a corte» disse. «Una sera, durante un ballo, fui presentato al re — allora principe reggente — su richiesta sua, non mia. Non avevo mai chiesto di essere presentato. Eppure il re si lamenta del fatto che, dopo essere stato così cortese con me, io abbia scritto otto versi contro di lui. Ma quei versi erano stati scritti prima che io gli venissi presentato.»

Si voltò per porgermi uno dei pamphlet scritti contro di lui, poi si corresse dicendo che li aveva appena mandati dal rilegatore insieme ad altri opuscoli. Il suo atteggiamento voleva apparire spensierato e allegro, ma mi fu chiaro che era stato profondamente ferito. Pur nutrendo un sincero disprezzo per le critiche della mediocrità presuntuosa, attribuiva all’opinione favorevole dei suoi compatrioti un valore superiore alle lodi di tutto il resto del mondo e soffriva particolarmente per la prevista censura di Jeffrey.

Era però troppo orgoglioso per cedere alle minacce; e quando veniva attaccato, la sua natura lo portava alla sfida. Sembrava pronto a ripetere le parole di uno dei suoi stessi eroi:

«No; anche se quella nube racchiudesse il peggiore dei tuoni, e fosse pronta a schiacciarlo, la lasci pure scoppiare.»

Accennò infine con evidente soddisfazione al ruolo che aveva avuto nella difesa di Pope. A proposito di Shakespeare, Byron dichiarò di non essere tra i suoi ammiratori più entusiasti e riteneva che da alcuni fosse stato sopravvalutato. Disse che la prefazione di Johnson a Shakespeare conteneva il giudizio più corretto mai espresso sul poeta e che corrispondeva esattamente alla sua opinione.

Dell’Italia Byron parlò invece con affettuoso interesse. Deplorò il successo degli Austriaci nel soffocare la rivoluzione napoletana, avvenuto durante il periodo in cui viveva a Ravenna.

«Se i napoletani avessero combattuto con coraggio» disse, «noi eravamo tutti pronti a sollevarci alle spalle degli invasori.»

Aggiunse che soltanto la vergognosa sconfitta dei rivoluzionari aveva impedito un’insurrezione in Romagna; che egli stesso era stato costretto a lasciare Ravenna perché tutti i suoi amici venivano, uno dopo l’altro, mandati in esilio; e che i preti avevano perfino affisso manifesti minacciosi contro di lui, senza che egli sapesse bene quali conseguenze dovesse aspettarsi. Per il futuro dell’Italia, tuttavia, Byron era pieno di speranza.

«I giovani italiani» disse, «sono sulla buona strada; desiderano la libertà. Prima la conquistino, poi studino la politica e imparino a governare.»

Il terreno di Montenero degrada verso il Mediterraneo. Lord Byron, che per un momento si era allontanato, mi invitò a passare in un’altra stanza dalla quale si godeva la vista del mare. Mi accompagnò alla finestra per mostrarmi il panorama e, seguendo le sue indicazioni, riuscii a distinguere in lontananza la prigione di Napoleone: l’isola d’Elba.

Quando mi voltai per congedarmi, con mia grande sorpresa mi accorsi che una signora era entrata silenziosamente nella stanza e si era seduta sul divano. Era la Contessa Guiccioli. Mi sembrò avere circa venticinque anni, sebbene in realtà fosse più giovane. I suoi capelli erano di un castano ramato chiaro; la carnagione molto delicata; le guance leggermente rosate; la fronte piuttosto alta e di un candore perfetto. I suoi grandi e bellissimi occhi erano scuri ed esprimevano calma e dolcezza. Il naso sembrava un modello perfetto per uno scultore; la bocca era piccola e, quando parlava, mostrava una dentatura impeccabile. Il suo sorriso era particolarmente affascinante. Si sarebbe detto che innocenza e serenità costituissero l’espressione dominante del suo volto; sembrava incapace di provare malevolenza verso chiunque. Avevo visto, e avrei visto ancora, bellezze più splendide, ma i suoi modi erano caratterizzati da una gentilezza e da un’amabilità davvero rare.

Ero seduto accanto a lei. Amava la musica con autentica passione e Lord Byron aveva appena fatto arrivare per lei da Vienna un pianoforte. Ella lodò l’eccellente qualità dello strumento e parlò a lungo, o pose molte domande, sul grande amore dei tedeschi per la musica, sulle abitudini sociali dei berlinesi, sul modo in cui Lalla Rookh era stata rappresentata come spettacolo alla corte di Berlino e su molte altre questioni riguardanti la Francia e l’Italia.

La conversazione si svolse in italiano, lingua che, per quanto potevo giudicare, Lord Byron parlava perfettamente. Nel corso della conversazione egli espresse anche il proprio apprezzamento per la lingua italiana, che sembrava considerare più bella dell’inglese; quasi dimenticando che l’inglese è la più grande, la più semplice e la più vera fra le lingue e che in essa egli aveva scritto opere destinate a sopravvivere finché quella lingua sarà parlata o ricordata.

Quando lasciai Montenero era ormai tardi. Lord Byron si era mostrato per tutto il tempo estremamente cortese e amichevole, aggiungendo una gentilezza all’altra e trattenendomi ogni volta con un nuovo argomento quando tentavo di congedarmi. Non potevo dubitare che il disprezzo che talvolta professava per l’opinione inglese fosse in realtà la prova di quanto avrebbe desiderato la stima delle migliori persone del suo paese e di quanto la sua natura, squisitamente sensibile, soffrisse per i loro rimproveri.

Nel valutare il suo posto tra i poeti bisogna ricordare che morì a trentasei anni. A quell’età Milton non aveva ancora scritto il suo poema epico; Dryden non aveva ancora dato piena prova della propria grandezza; Scott era conosciuto soltanto per il Lay of the Last Minstrel; Schiller non aveva ancora composto i magnifici drammi che costituiscono la sua gloria; Goethe non aveva ancora scritto Ifigenia, Tasso o Faust. E la mente di Byron, come quella di Schiller, aveva bisogno di tempo per purificare le proprie passioni e liberarsi delle proprie imperfezioni.

Ma il destino di Byron fu più duro di quello di tutti gli altri.

Sua moglie, contro il consiglio iniziale dei suoi stessi consulenti, insistette per separarsi da lui, rifiutando di tentare di alimentare quella vita migliore che avrebbe forse potuto ancora emergere in lui.

L’amico da lui scelto, alla cui fedeltà aveva affidato con toccante sincerità la difesa del proprio buon nome, accettò denaro dai suoi nemici per bruciare le memorie che Byron aveva preparato con cura per i posteri. Sarebbe stato disposto a sacrificare se stesso per dare libertà e unità all’Italia, ma l’impreparazione dei suoi figli fece naufragare quella speranza. Alla Grecia dedicò il proprio patrimonio e la propria vita, e morì prima di vedere assicurata la sua emancipazione.

Il dolore sembrava averlo reclamato come una sua creatura e non gli concesse altra compensazione che la capacità di esprimere la sofferenza come nessun altro poeta inglese aveva saputo fare. I suoi pensieri migliori furono strappati da emozioni di dolore estremo. Il suo genio, come il lampo, avvolgeva il proprio splendore nelle tenebre delle nubi più nere.

Eppure, sebbene si definisse un misantropo, si commuoveva davanti alla sofferenza, era sempre pronto ad aiutare i poveri e gli afflitti con il denaro e con la propria partecipazione umana, e parlò, agì e morì per la libertà dell’umanità. Nelle sue poesie egli non fu tanto il rappresentante della propria patria quanto dello stato della mente europea del suo tempo.

E tuttavia, anche in Gran Bretagna, occupa il posto di primo poeta inglese del secolo; mentre sul continente quel primato gli viene riconosciuto senza rivali.

In America la sua popolarità è diminuita meno che in Inghilterra; ma è soprattutto la rinata nazione greca che custodisce con fervore la sua memoria, come quella di un martire disinteressato della propria indipendenza.