La canzone, in quanto forma d’arte, è l’espressione dell’anima di una collettività. Avere buona musica, buone canzoni da ascoltare e cantare, è avere punti di riferimento, occasioni di confronto e di riflessione. Nelle canzoni ci si riconosce, attraverso le canzoni si esprimono e si elaborano emozioni importanti. La canzone è terapeutica di per sé, intrinsecamente, anche se non lo volesse, tant’è che anche nelle situazioni di difficoltà estrema l’uomo canta, si pensi ai canti dei soldati nelle trincee o ai canti degli schiavi nelle piantagioni di cotone, solo per dirne alcuni.

Quando ci si proclama cantante o musicista si fa un atto di responsabilità nei confronti della collettività, ci si offre come portavoce di un’identità e di una cultura, ci si fa interpreti del sentire e del pensare collettivo, lo si sviscera, lo si esprime e si aiuta ad esprimerlo, si lascia un’impronta nella vita delle persone. Si diventa ciò che i greci chiamavano aedo, cioè il cantore sacro, in intimo contatto con le profondità di sé e in connessione diretta con la divinità, che parla con lui attraverso le Muse. Da Dalla a De Andrè, da Battisti a Battiato, da De Gregori a Bennato, da Mina ad Alice, dalla Nannini alle sorelle Bertè, numerosi sono stati gli esempi italiani all’altezza del ruolo, ognuno col suo stile.

E l’aedo coltiva, non si scappa, professionalità, qualità, impegno, studio. Cerca la parola giusta, la nota giusta, l’accordo giusto per giorni se necessario e/o l’emissione giusta della voce, la sfumatura giusta del tono, l’accento giusto, lo sviluppo giusto della nota. Fa suo il brano, anche se non è suo, se lo fa entrare nelle cellule, nelle viscere, nel cuore, perché sa che è da lì che deve uscire se lì vuole arrivare. Le colonne sonore delle nostre vite sono state create con dedizione, passione, amore e talento, un talento che a volte brucia feroce ed è difficile da controllare.

Nessuna compulsione all’apparire dunque a discapito dell’essere, del finto a discapito dell’autentico o dello scadente a discapito della qualità, non sono questi gli ingredienti con i quali si può fare un’arte significativa e arricchente, al contrario sono dono di sé, del proprio sentire e delle proprie capacità, curate senza risparmio.

La perdita di qualità e di spessore a cui oggi si assiste in molti campi, compreso quello della musica, toglie benessere e nutrimento, per questo credo sia quanto mai importante praticarli, coltivarli, reclamarli.

Buon cammino!

 © Federica Vignoli 2024 – Grazie per citare la fonte in caso di utilizzo