La rabbia non è un’emozione negativa. È una spia rossa che ci dice che qualcosa non va.

Quando sul cruscotto della nostra auto si accende una spia, sì, non è piacevole, ma ci affrettiamo a capire che cosa ci stia dicendo.

Con la rabbia, invece, facciamo spesso il contrario: la reprimiamo, ce ne vergogniamo oppure ne cadiamo preda e la lasciamo esplodere.

Ma la rabbia, come la tristezza e la paura, non è il problema, è un segnale, è un messaggero. Ci segnala che qualcosa dentro di noi ha bisogno della nostra attenzione.

Pensiamo a quando diciamo “sì” per non deludere qualcuno, mentre in realtà avremmo voluto dire “no”. Magari in quel momento non succede nulla, ma qualche ora dopo ci scopriamo irritati, nervosi, arrabbiati. Quella rabbia non è il nemico, ci sta semplicemente dicendo che non abbiamo rispettato un nostro confine.

Carl  Jung scriveva: “Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce, ma portando luce nell’oscurità interiore.”

Credo che questa frase descriva molto bene il lavoro che siamo chiamati a fare: non tentare di eliminare le emozioni difficili (anche perché non ci è possibile), ma di comprenderle.

Questo non vuole dire crogiolarsi nelle difficoltà, né tanto meno riversare la rabbia sul prossimo. Significa mettersi davanti a ciò che proviamo, senza fuggire e al contempo senza esserne travolti. Sentire, guardare, interrogare, comprendere.

Le nostre parti tristi, arrabbiate o impaurite sono un po’ come bambini dimenticati dentro di noi. Più cerchiamo di zittirli, più si lamenteranno. Non hanno bisogno di essere giudicati. Hanno bisogno di essere ascoltati.

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