Tutti, indistintamente, abbiamo a che fare di frequente con le immagini oniriche, anche se decidiamo di dimenticarcene subito. Sul sogno è stato scritto in ogni tempo e in ogni luogo: dalla cabala alle religioni, dallo sciamanesimo alla psicologia analitica, il fenomeno, che fra l’altro condividiamo con vari animali, ha sempre suscitato profondo interesse e curiosità. Senza nulla togliere ai grandi filosofi, scienziati, psichiatri e psicologi che si sono occupati di esso e che certamente ci danno modo di conoscerlo attraverso il loro punto di vista, io amo incontrarlo così, senza filtro alcuno… La prima parola che mi viene per descrivere la mia personale sensazione è “stupore”.

Stupore come davanti ad una cattedrale, ad un affresco, ad un cristallo di neve, ad un’opera d’arte insomma. E che dire di un’opera d’arte? Dopo un primo attimo di smarrimento ci si accorge di quanto si può dire, ma soprattutto sentire: non importa il cos’è, ma il chi è. Tutti sappiamo perfettamente che cos’è un sogno: “serie di immagini che al di fuori del controllo della coscienza e della volontà si presentano durante il sonno in una successione generalmente non regolata dalle leggi della logica”, recita il Dizionario Garzanti della Lingua Italiana; si potrebero usare altre parole, aggiungere particolari, avvalersi di un tono più poetico, ma la definizione, in sostanza, non muterebbe.

Ma è quando ci si domanda chi è, cosa vuole dirmi, che ci si trova scaraventati all’interno di un’intrinseca enigmaticità ed inafferrabilità… Allora, o ci si scoraggia e si desiste dal tentativo di penetrare il mistero, oppure si continua, cercando una via. Trovo appassionante la ricerca di questa via, ogni volta diversa: per quanti sforzi siano stati compiuti in questa direzione infatti, non è ancora stata scoperta la formula in grado di spiegare il comportamento del sogno e di permetterci di considerarlo in modo univoco ed indiscutibile. Non so se mai tale formula verrà trovata, ma, nel caso, essa dovrebbe racchiudere in sé sia l’immensa complessità di ogni singolo individuo e del suo percorso di vita, sia l’immensa vastità dell’universo.

Fin troppo ovvio dire che si sogna di se stessi, della propria esperienza, del proprio sentire, come di infinito altro, altri mondi, anime trapassate, creature sconosciute… Siamo dentro l’anima, o, se si preferisce, dentro il soggettivo e il relativo per eccellenza, dove cercare di oggettivare e assolutizzare è un’impresa titanica e (credo) inutile. Per quanto possa essere infatti arricchente scoprire che il tuono viene generato da un’onda d’urto, provocata dall’espansione dell’aria, a sua volta provocata dal fulmine, a sua volta provocato da una grande differenza di potenziale elettrico fra due corpi, il tuono rimane IL TUONO e il fulmine rimane IL FULMINE, con tutto quello che suscitano nell’immaginario, in altre parole non perdono la loro dimensione simbolica, individuale e collettiva.

Così, al di là dell’osservazione dell’evento, della raccolta di dati, della ricerca di differenze e similitudini fra essi, sicuramente importante, se si prova il desiderio di confrontarsi con la dimensione-simbolo, si vede e si sente la necessità di ribaltare le modalità di ragionamento cui solitamente si è abituati: occorre rendersi disponibili al sempre diverso, alla validità di tutto e del contrario di tutto, in una parola all’abbandono della certezza. In tal modo dall’acqua come due molecole di idrogeno ed una di ossigeno, ad esempio, si salta all’acqua che sgorga come un’emozione, che fluisce morbidamente come l’ondeggiare dei fianchi di una donna, che si insinua come un pensiero costante, che ristagna come un sentimento bloccato, scura che mette paura, chiara, buona da bere… Solitamente non siamo abituati a sentirci comodi in questa inafferrabilità, non siamo educati a muoverci senza punti di riferimento lungo una strada che si dirama sempre di più in altre strade, che sembra giungere dappertutto e al contempo da nessuna parte… Eppure, quando si accetta di calarsi in tale dedalo, si scopre presto come in questo stesso andare e venire, scendere, salire e poi virare, risieda un altro livello di conoscenza: l’analogia si arrotola su se stessa creando un vortice a forza centripeta. Si inizia ad apprendere un linguaggio in cui il rebus può essere sciolto mille e mille volte, dunque rimane mille e mille volte rebus ed in questo risiede la sua enorme ricchezza. Protagonista diventa non più il mio comprendere, ma il mio sentire, che conduce me verso me stesso e al contempo, in un gioco di specchi, l’altro verso se stesso!

Su queste basi lavora il Voice Dialogue con i sogni, l’intento non è di interpretare il sogno (lasciamo ciò ai dententori di verità), ma di fornire strumenti affinchè il sognatore possa decidere cosa significhi, per lui e in quel momento, il suo – e solo suo – sogno. Anche la partecipazione del sognatore è dunque attiva, si richiede uno sforzo riflessivo da parte sua e se questo da un lato risulta certamente più scomodo rispetto allo starsene passivi, mentre qualcun’altro (il sapiente di turno) sbroglia il nostro nodo per noi, dall’altro è un modo per passare al posto di guida e ampliare la consapevolezza di sè.

Un sogno è come un libro il cui contenuto può essere riscritto in modo significativamente sempre diverso per tutte le volte che lo si desidera e quel “significativamente” solo il sognatore può saperlo. Aprendo una parentesi mi piace aggiungere che questo modo di procedere può essere valido per leggere la realtà in senso lato: si provino a guardare gli accadimenti di una giornata come se fossero un sogno… Che simboli sono emersi? Quali sono i rimandi? Cosa evocano? Che sensazioni danno? A cosa fanno pensare?… Le scoperte sono spesso sorprendenti e anche divertenti! Si tende a smettere di sottovalutare la propria vita onirica, liquidandola con la comune frase: “è stato solo un sogno”, negandone così l’esistenza, certamente diversa rispetto a quella dello stato di veglia, ma pur sempre esistenza. Mi sorprendo e mi intristico sempre quando sento dire ai bambini: “Babbo Natale non esiste” (o Robin Hood o la Fata Morgana…): tutto il mondo ne parla e lo rappresenta, poi diciamo che non esiste… Non sarebbe meglio dire: “ha un’altro modo di esistere”?

Grazie per citare la fonte in caso di utilizzo (Copyright ©2011-Federica Vignoli) Già pubblicato su www.innerteam.it